Basta scrivere cose già scritte meglio da altri: i frammenti che seguono sono tratti da varie fonti e compongono un disegno più o meno simile a quello che ho in mente, per scindere l’anonimato e l’autorevolezza in due elementi indipendenti tra loro. Analisi necessaria se si ambisce ad una forma di divulgazione che pur rimanendo anonima possa essere, autorevole e non influenzabile dalla casta di big player della stampa.
Si inizia dalla motivazione dell’obiettivo, viene da Massimo Mantellini, articolo tratto da PI “Italia vista conto terzi“:
Se questo è il contesto non deve meravigliare che gli intenti censori dei Senatori della Repubblica persuasi della necessità di “regolare” Facebook o YouTube trovino orecchie incredule ed interessate negli Stati Uniti e nel resto del mondo mentre passano sostanzialmente sotto silenzio in Italia. Di ritorno da un breve tour italiano, Cory Doctorow di BoingBoing - uno dei più importanti blog in lingua inglese - pubblicato un pezzo di commento sulla situazione italiana incollando un commento di Beppe Grillo che è poi stato ripreso anche da Andrew Sullivan, altra firma di punta del giornalismo online americano. Il fatto è che oltreoceano la situazione di questo paese suona molto preoccupante in termini di minaccia ai diritti dei cittadini ed alle loro libertà.
Questo scorcio serve per evidenziare il contesto. In un ambito non malato, la possibilità della rete vengono analizzate, assimilate, incorporate nella crescita collettiva. In Italia no. Il nuovo viene visto come una minaccia. Puo’ esser che la mia visione sia distorta da una networkfilia estrema, ma alla minaccia internet seguono attacchi, legali, tecnologici, informativi. Agli attacchi seguono difese, e la difesa qui analizzata presuppone il contesto peggiore per realizzaere un modello inattaccabile. n
In una situazione non malata, sarebbe sufficente un link a spectra ed uno a il fatto, ma qui no, gli attacchi perpertrati mirano a qualunque anello della catena (l’anonimato, la registrazione degli utenti, l’iscrizione all’album giornalisti, obbligo di retifica, non riconoscere i diritti online). Per questo motivo la contromisura è pensata fuori dal secchio, qualunque elemento di debolezza deve essere analizzato, riconosciuto e sostituito da un’alternativa basata sulle proprietà delle reti, alla fine si ottiene qualcosa di molto nuovo. Ma inattaccabile :)
Mi rincuora attivissimo riguardo lo sciopero dei blog:
No, non è con gli scioperi che si sensibilizzeranno i politici che hanno in mano il pallino delle leggi. Non si può sensibilizzare chi è ottusamente insensibile e manco sa cosa sia ciò su cui vorreste sensibilizzarlo. Tanto varrebbe cercare di sensibilizzare un coccodrillo ai problemi dell’etica kantiana. Provateci pure: vi farà fuori comunque in un solo boccone. E il giorno dopo vi avrà dimenticato. [...]
Impariamo le tecniche di anonimizzazione e di occultamento. Impariamo la crittografia, lo scambio di file non tracciabile, la steganografia, il ripping dei nostri DVD e dei Blu-Ray, l’hacking dei dispositivi che ci circondano, il blogging anonimo, l’hosting sicuro. Impariamo a difenderci dai soprusi e a far valere il nostro diritto di esprimerci civilmente, usando le tecniche che il nostro ottuso antagonista non ha speranza di capire. Portiamo la contesa su un terreno che ci è familiare, invece di camminare allegramente sul campo minato dell’avversario.
Il contrasto alla stupidità non si fa adottando le regole degli stupidi. Si fa diventando più intelligenti, più svelti, più preparati. Si fa sfruttando le debolezze dell’avversario. Ma bisogna volerlo fare. Sempre che non pensiate che quando un topolino e un gatto si siedono a discutere in casa del gatto, il topolino possa averla vinta per pura forza dialettica.
Si continua con Tx0, tratto da http://www.s0ftpj.org/bfi/dev/BFi13-dev-15, mentre spiega il progetto DNA: http://www.dna-project.net/ Domane Name Anarchy, sistema non autoritario per appoggiarci sopra l’infrastruttura DNS.
5. Cosa c’e’ che non va?
Ci sono alcuni aspetti sopra citati che troppo spesso si danno per assunti e sui quali invece varrebbe la pena soffermarsi. Ad esempio il concetto di authority.
Senza voler sconfinare in una discussione filosofica sul concetto di autorita’, vale la pena di notare come questa sia spesso il concetto al quale facciamo ricorso con maggior immediatezza quando abbiamo bisogno di garantire qualsiasi cosa, tra cui, ad esempio, un’informazione.
Facciamo un esempio differente dal DNS: la crittografia a chiave pubblica. Io creo una chiave, quindi la distribuisco. Tu vuoi essere certo che sia mia. Come fare? Ecco che la societa’ (di invenzione, spero) SecureKey si propone come autorita’ garante e, in cambio di denaro, certifica che la mia chiave e’ mia, apponendovi la sua firma. Tu sai gia’ che SecureKey e’ davvero SecureKey perche’ nel tuo web browser, nel tuo client di posta e anche dentro il telecomando del cancello di casa c’e’ una copia del suo certificato.
E se io non mi fidassi di SecureKey? E se non volessi spendere dei soldi per certificarmi? E se…? Per fortuna una soluzione c’e': il cosiddetto “web of trust”. Se io e te abbiamo una conoscenza in comune possiamo chiederle di fare da tramite, firmando le nostre chiavi. Io e te ci fidiamo entrambi di lui. Sara’ lui la nostra garanzia. Ora estendiamo il concetto in maniera omnidirezionale e avremo un insieme amalgamato in cui ciascuno di noi beneficia di migliaia di garanti ed e’ garante per migliaia di persone. Senza spendere soldi e senza inviare informazioni personali a soggetti sconosciuti (che ne sappiamo di SecureKey? Che fa con i nostri dati?), e cosi’ via.
L’autorita’ e’ un concetto pericoloso. Quando non e’ controllabile, ossia praticamente sempre, diviene un nucleo di potere impenetrabile e insensibile alle esigenze di quella comunita’ di individui a beneficio dei quali era stata creata.
Decidiamo quindi che vogliamo eliminare il concetto di autorita’ dal DNS. Come si fa?
Questo brano spiega come si puo’ verificare l’identità (ma praticamente), la verità di un elemento, senza necessariamente un’entità univoca di riferimento. E’ un concetto che quando lo si sente lo si accetta e si pensa di averlo capito, purtroppo non è così immediato come sembra. La nostra storia, vita, società, si basa sull’avere elementi di riferimento condivisi, e il nostro pensiero trova in questi rifeirmenti univoci una soluzione ai problemi, un capro espiatorio nel caso di fallimento, un modello di riferimento. E’ uno stile di vita antropologicamente consolidato, (che proprio Internet sta mettendo in crisi) secondo questi analisti … superato, in alcuni contesti, perché vulnerabile a tutti e 3 le categorie d’attacco: corruzione, negazione, controllo.
Poi, in un duello tra giornalisti, questo pezzo (Alessandro Gilioli in risposta a Filippo Faci). Notare che la parte inclinata è inclinata nell’originale, perché appartiene ad un altro autore:
Simbolo ne è poi l’anonimato dietro il quale milioni di cuor di leoni abitualmente lanciano sassate e nascondono la tastiera. In teoria non dovrebbe essere così già ora: le leggi sulla diffamazione infatti già riguarderebbero anche loro, dovrebbero rispondere cioè di insulti e falsità come chiunque altro. In pratica non succede niente del genere: e siamo al punto, l’unico che conta, che cioè non va bene, così non funziona. In rete circola ogni cosa e risalire a un responsabile è un’impresa disperata o inutile, soprattutto se alla fine ti spunta solo un incolpevole ragazzino che pensava di scarabocchiare i muri della sua cameretta virtuale o poco più. Va da sé che lo sciopero abbia tonalità insopportabilmente apocalittiche (e il bavaglio, e ci vogliono zittire, il solito martirio) e va da sé che la maggioranza degli aderenti non pare aver capito neppure di che cosa si sta parlando.
Ecco, vedo che con l’esempio della cameretta virtuale e del ragazzino inizi a comprendere un po’ meglio la complessità del problema. Vedi Filippo, di fronte a un fenomeno innovativo come la Rete (l’editoria diffusa, le “camerette” su MySpace, etc) ci sono due approcci: o uno rinuncia ad affrontare e a capire gli elementi di novità e di complessità, e per pigrizia intellettuale si limita ad applicare all’elemento nuovo regole pensate per elementi vecchi; oppure si sforza di comprendere quello che di nuovo sta accadendo per affrontarlo con strumenti diversi, magari confrontandosi con chi in Italia e all’estero studia da anni questi fenomeni. Chi ha scritto la legge che tu difendi ha scelto, decisamente, la prima strada. Non è da te seguirlo.
E da questo pezzo si evidenzia la difficoltà che c’è nell’approciarsi alla rete con un mente fresca. Siamo così abituati, c’è così consolidazione nella comunicazione pubblica, che per sconvolgere tutto quello che si conosce c’è bisogno di un grande sforzo. Ho la sensazione che molti questo sforzo non lo vorranno fare, e buona parte sarà pronta a mettere in campo qualunque arma perché non cadano le proprie certezze. Per questo motivo, a volte, sento parlare di conflitto.
Lo stesso articolo contiene un altro scambio eccellente:
Così pure, sono abbastanza certo che Gilioli la vedrebbe diversamente se fosse capitato anche a lui quello che capita a me da anni solo perché un giorno ebbi l’impudenza di criticare Beppe Grillo; gli racconterei, cioè, la lotta contro i mulini a vento per impedire che ogni notte, sull’enciclopedia Wikipedia, sotto la voce che porta il mio nome, dovesse leggersi che assumevo abitualmente stupefacenti o fossi sessualmente perverso; l’impossibilità di prendersela con siti o blog che avevano server nel Wisconsin, perdere tempo e soldi con avvocati costretti a inseguire fantasmi internettiani che diffondevano notizie false e orrende ma che qualcuno faceva sempre in tempo a leggere, archiviare, rilanciare. Provi a digitare il mio nome in chiave di ricerca, Gilioli, e poi mi dica che cosa dovrei fare secondo lui: tenendo ben conto che non ho mai querelato nessuno in vita mia né vorrei farlo.
Vedi, Filippo, il fatto che tu sia oggi più conosciuto e stimato di ieri è proprio la prova che la Rete tende ad autocorreggersi, a marginalizzare le voci senza credibilità. Se un idiota scrive che sei pedofilo, alla fine, sarà lui a perdere autorevolezza e credibilità in Internet, non tu. Guarda che - seppur assai meno conosciuto di te - li ho avuti anch’io i miei problemini, e la Rete è piena di insulti paranoici anche verso di me. Ma questi screditano chi li scrive, non chi li subisce.
Il fatto che tutti gli elementi che contribuiscono hanno, più o meno, la stessa importanza, stimola un senso critico importante. Essere consumatori acritici dell’informazione è, a mio avviso, l’equivalente di una mancanza d’anticorpi. Porta ad una malattia. Non un malfunzionamento biologico, ma, psicologico, sociale, politico, di certo. Informazione e Paura, parla anche di questo… come le informazioni possono essere così subdolamente distorte, così forti, emotive, da influenzare a lungo termine un pensiero. Le barriere servono a questo, e il fatto che Internet sia qualcosa che viene fruito con maggior attenzione che un TG all’ora di cena, il fatto che dopo aver letto una notizia (se si vuole) si possono cercare fonti, approfondimenti, altri punti di vista, è una benedizione per il pluralismo e per il giudizio critico che prima non c’era.
Davanti al concetto di “media centralizzato” sono nati due esperimenti che ne val la pena siano citati, digg, protagonista della censura del crack HD/DVD:
È bastata una manciata di numeri di decifrazione, quelli necessari per rippare i film HD DVD, a dimostrare cosa significhi il concetto di community in rete. Ci si è scottato Digg.com, il sito di informazione “sociale” per eccellenza che basa la propria essenza - e il proprio indubbio successo - sui contenuti preferiti dagli utenti: la cancellazione di alcune segnalazioni riportanti la processing key per i crackatissimi dischi HD DVD, piuttosto che fermare la sua pubblicazione invisa alle major ha provocato una vera e propria invasione di news story ad essa correlate.
Nelle scorse ore, la home page di Digg è stata completamente sommersa dallo sdegno e dalla sollevazione dei digger, che hanno replicato quella fatidica chiave esadecimale decine, centinaia, migliaia di volte
In una community dove le notizie vengono votate, e la popolarità viene utilizzata dagli altri utenti come sintomo di rilevanza, ci si avvicina almeno ad un media dove sono i consumatori a decidere cosa gli interessa. Questo inserisce due problemi essenziali: il primo è che ancora una volta si dipende da un servizio, da un server, da un amministratore delegato che può decidere di censurare. Poi ok, digg non l’ha fatto (se avesse voluto seriamente farlo, l’avrebbe fatto con un algoritmo automatizzato, non cancellando a mano le news e quindi subendo la differente quantità tra utenti che inseriscono e amministratori che cancellano). Ho detto che si cercavano soluzioni sicure, e se ci si affida a qualcuno, qui non si può essere al sicuro perché questo qualcuno sarà l’anello debole dell’informazione. Il secondo problema è che si consolida una visione della maggioranza. La priorità è data a quello che interessa “ad una quantità sufficente di utenti perché l’articolo sia andato in alto di posizione”. L’articolo in questione può non interessare a me. O può essere superficiale per il mio palato informativo, o può essere una visione che reputo deformata.
A questi due problemi ci son diverse soluzioni, per impedire la censura, i discorsi corollari dell’Iran sono stati utili: “Quando l’anonimato in rete è un requisito essenziale della libertà“:
Data l’attuale situazione politica interna di violenta protesta inerente le elezioni, il Governo iraniano tenta di censurare i mezzi di comunicazione di massa, compresi ovviamente quelli online.
Ricordato e ripreso dalla Corte Suprema, che ha sottolineato come l’anonimato sia essenziale per la libertà di parola (in inglese), tradotto recita:
La protezione dell’anonimato è vitale nel discorso democratico. Consentire a dissidenti di nascondere le loro identità permette loro di esprimere critiche e visioni di minoranza. L’anonimato è uno scudo dalla tirannia della maggioranza. In questo si può riassumere l’obiettivo del primo emendamento: proteggere le persone e ideali impopolari da una società intollerante.
Censura e anonimato vanno di pari passo, perché se non si conosce il contenuto di un dato, non si conosce il mittente, non si conosce il destinatario, non lo si può neppure bloccare. Questa almeno è stata la teoria della prima rete anonima e non censurabile FreeNet.
Censura, all’atto pratico, viene superata anche mediante il caos, la quantità di nodi che partecipano ad una rete e rendono il fenomeno così diffuso da non essere più arginabile. Stavo cercando esempi peculari, ma il tutto si può riassumere in con “l’effetto barbara streisand“:
The Streisand effect is an Internet phenomenon where an attempt to censor or remove a piece of information backfires, causing the information to be widely publicized. Examples of such attempts include censoring a photograph, a number, a file, or a website (for example via a cease-and-desist letter). Instead of being suppressed, the information receives extensive publicity, often being widely mirrored across the Internet, or distributed on file-sharing networks.[1][2]
Rimane da sviscerarsi un elemento a discapito dell’anonimato: l’idea che l’unico motivo per cui viene usato è la diffamazione. E qui si incontrano due aspetti, il primo, è una tecnica illecita di dibattito, perché si affida ad una logica fallacea:
- Fallacy of Accident: a generalization that disregards exceptions
- Example
- Argument: Cutting people is a crime. Surgeons cut people. Therefore, surgeons are criminals.
- Problem: Cutting people is only sometimes a crime.
- Also called destroying the exception, a dicto simpliciter ad dictum secundum quid
- Example
L’anonimato è un diritto, è un beneficio del quale si gode creando informazioni, viene rilevato come un problema non perché le persone possono essere anonime, ma perché l’effetto di un anonimo e l’effetto di un autorevole, sulla rete, è pressoché lo stesso. Sempre Mantellini ne parla in La Internet scomoda:
Qualcuno a Wikipedia, la più grande enciclopedia del mondo, progetto collaborativo fra i più interessanti della rete internet, si è accorto che un buontempone nei mesi scorsi ha più volte anonimamente editato la voce “podcasting” della enciclopedia, migliorando - per così dire - la reputazione di Adam Curry che del podcasting è uno dei padri. Ma non è tutto qui: si è scoperto che gli IP raccolti, sempre i medesimi, rimandano ad una società di Adam Curry stesso. Viene in mente un episodio simile accaduto qualche tempo fa. Si scoprì che alcuni scrittori americani, anche di discreta fama, passavano il tempo a recensire positivamente, e sotto falso nome, i propri libri sulle pagine apposite su Amazon.
Sono solo due esempi di cosa sia possibile fare, da sempre, su internet, protetti da quella formidabile coperta di Linus che prende il nome di “anonimato”. A questi due esempi ne va aggiunto un terzo, anch’esso recente, che è solo in parte simile. Ha destato molto scalpore negli Stati Uniti la denuncia di John Seigenthaler, 78enne giornalista di Nashville, che con un articolo pubblicato su USAToday ha denunciato la inaffidabilità di Wikipedia e la facilità con la quale chiunque possa utilizzare l’enciclopedia online come strumento di anonima diffamazione. Seigenthaler qualche ragione in effetti ce l’ha: si è casualmente trovato citato su Wikipedia fra gli esecutori degli omicidi sia di John che di Robert Kennedy. Che insomma è un bel record.
La sintesi è che l’anonimato viene usato per deconsiderare ogni esperimento fatto in rete, ma si tratta di una logica fallace, appunto perché è una rarità l’uso negativo dell’anonimato (e comunque esistono sistemi per svalutarne l’impatto), l’aspetto positivo è:
Molti degli strumenti di supervisione di enormi serbatoi di contenuti come Wikipedia devono ancora essere pensati e sperimentati ma è bene ricordare che i due principali sono già on line da tempo. Si chiamano “trasparenza” e “collaborazione”. Si tratta di due valori che non hanno molto spazio oggi nel mondo reale poiché ostacolano ogni sorta di maneggio politico, ideologico e commerciale.
Che rappresenta invece la sfida da battere ora, siccome nella società dell’informazione, chi da le informazioni ha il potere. La diffusione dei free press, delle televisioni private, dei servizi online gratuiti, è significativo di questo trend e del suo valore = ognuno di questo investigmenti è giustificato e ampiamente ripagato.
Siamo a 2/3 del discorso: la risposta deve essere tecnologica, deve essere distribuita ed autoprodotta, deve poter includere l’anonimato come opzione, non deve avere elementi centrali così da non aver individui ricattabili, riconducibili a, punibili, ne tantomeno server censurabili ed attaccabili. Manca solo l’aspetto dell’autorevolezza.
che siccome mi sono accorto questo testo sta diventando un pappone noioso, dovrò trovare un altro modo per spiegarlo.
ultimo link di questo paragrafo: Cassandra Crossing - Wikipedia e la paura della libertà.
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P.s, Curiosità statistica: http://www.uni-koblenz.de/~strauss/vecna/ … con tutte le parole nuove, indicizzabili da un motore di ricerca, disponibili ad un programmatore tedesco… quant’è la probabilità che immetta in internet un altra coppia di: “vecna steganography” ?
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P.s.2: questo post deve essere dell’autunno 2009, era incompleto nella cartella draft.
January 5th, 2010 at 9:51 am
[...] voi l’intero post. Buona lettura. « Articolo precedente »L’Hacker, il [...]
February 21st, 2010 at 7:00 pm
[...]Questa almeno è stata la teoria della prima rete anonima e non censurabile FreeNet[...]
non lo è anche in pratica, forse? direi, ancora di più con la 0.7.5. Mi sono perso qualcosa?
PS: potresti aumentare, per cortesia, la dimensione del font del testo? altrimenti, occorre lavorare molto di ctrl++
PS2: il layout tipo FB no… ti prego…
PS3: a quando qualche scritto sui social network di oggi/usati come oggi?