Hackmeeting si è concluso, quest’anno ha avuto uno stimolo di mutamento, forse anche di più. Per chi guarda la formula 1 sarà chiaro il concetto di “giro di riscaldamento” “warm-up“, “preliminari”, “petting” ecco, questa cosa è stata fatta in hackmeeting e rappresenta un’innovazione simpatica.
Dal 9 al 16 giugno c’è stata questa serie di incontri, organizzata per portare a riflessione tematiche in ambienti diversi dalle solite 200/600 persone.
Il riassunto che segue riguarda un pomeriggio di questo warm-up, che ho trovato interessantissimo, dedicato a:
informazione & paura @università bicocca, presenti:
Alcune persone del progetto http://paura.anche.no, che raccontavano l’esperienza fiorentina, ricca di avvenimenti. Marcello Maneri, docente di sociologia, che ha trattato di “percezione della sicurezza” e “politiche della paura”. Marco Capovilla, che ha spiegato il linguaggio dei media fotografico, le associazioni di pensiero.
http://paura.anche.no, esperienze & obiettivi:
Il personaggio, icona, mascotte, riferimeto del progetto è il BABAU
. Vuole rievocare il mostro che sta nascosto nell’armadio, sotto al letto, usato come spauracchio per influenzare i più piccoli.
Deriva da una riflessione sulla paura. C’è davvero ? E’ forzatamente diffusa ? Perché questa tendenza a mettere etichette spaventose ? Questo perché ha avuto un’interessante risposta, e la trova nel paradigma utilizzato per “risolvere i problemi”.
30 anni fa c’era (da parte delle istituzioni, dei lavoratori, era il “paradigma di riferimento”) la tendenza a sistemare ciò che non andava. Sono nati, per il miglioramento dello stato sociale, svariate forme di rieducazione che volevano recuperare ciò che non andava perché tutto tornasse a funzionare. E’ nato il paradigma attuariale e si è diffuso facilmente, non si basa sulla rieducazione, ma sul fatto che se uno sbaglia è perché ha fatto un calcolo di costi/benefici errato. Allora vengono dati deterrenti alle azioni che sono considerate errate, così da rendere i benefici raggiungibili solo nei modi previsti da chi organizza (sia un capo, un sindaco, la P2, la P3, ecc…).
L’esempio calzante è: c’è un parchetto e 4 panchine. Ci vanno dei tossici. In passato sarebbe arrivato lì un assistente sociale. Ora viene tolta la panchina, così che i tossici vadano altrove. Il babau è la quintessenza di questo paradigma: a seconda del tipo di problema c’è da creare un’emergenza. E’ così per i problemi sociali attuali, ed era così quando da piccoli la scusa di un mostro immaginario ci creava un senso d’emergenza così da indurci a seguire il volere di chi aveva creato il mostro stesso.
Sul territorio fiorentino, il gruppo promotore del babau ha svolto varie azioni dimostrative e di protesta. sono state citate la street parada notturna di carnevale e appesi svariati manifesti richiamanti il logo. Queste azioni sono una risposta alla iper-realtà che per giorni è stata descritta a Firenze. Per iper-realtà di intende una distorsione della realtà estremizzata in elementi del tutto irrilevanti (se analizzati con occhio obiettivo), che una volta evidenziati e caricati di emotività, se riproposti per giorni, prendono le dimensioni di allarmi sociali senza esserlo.
Ne è l’esempio del “divieto di lavavetri” e del “divieto di mendicare” che la giunta di Firenze è arrivata a promuovere. Tutto nasce quando una vecchietta inciampa su di un mendicante. Nei giorni successivi la realtà descritta sembrava tetra come la base di Alien II, con i mendicanti che sbucano fuori dalle fottute pareti a fare sgambetti ai vecchietti. Se questa ti pare una problema reale, allora interrompi pure qua la lettura, tanto non crederai neppure alle analisi che seguono. Se invece ti pare una realtà distorta, e decisa arbitrariamente dal media più diffuso… troverai illuminanti quanto me le analisi di Marcello Manieri, docente di sociologia che ha seguito come intervento.
C’è stata una breve serie di domande/risposte, alcune interessati, altre che usavano come riferimento “la gente”. Marco Capovilla ha avuto la prontezza di fermare questo scambio ormai derivato sui massimi sistemi ricordando che quando si parla “della gente” si sta facendo riferimento ad una percezione parziale (perché è come noi l’abbiamo percepita) di una quanrtità parziale di persone. Che poi ci figuriamo come riferimento. Questo approccio è scorretto, perché la nostra visione sarà inconsciamente influenzata da cio che sappiamo capire e da ciò che vogliamo trovare. Oltre al fatto che le persone con la quale comunichiamo sono vincolare per età, geografia, cultura similare. Per fare analisi di massa è necessario prendere un campione molto ampio, eliminare le analisi empiriche e studiarlo nel tempo.
Ed è proprio ciò che ha fatto Marcello Manieri:
L’obiettivo del suo intervento è quello di mostrare un corso di igene mentale: decostruire il discorso pubblico, per mettere in evidenza discrepanze, incoerenze e mezze verità.
Per prima cosa, parlare di “paura” senza riuscire a vedere i fenomeni sui quali vogliamo ragionare porta ad analisi scorrette (vanno evidenziati gli effetti, le conseguenze e le cause); idem per la “sicurezza”.
Sono entrambe delle percezioni e sono soprattuto percezioni che negli ultimi anni hanno avuto un enorme influenza, peso, parole parole parole. Al punto che sia “paura” che “sicurezza” sono stati usati in contesti così disparati da aver cessato la loro funzione come sostantivi: ora sono condensati ideologici. Quando si parla di paura o di sicurezza, il soggetto rievoca una serie di sensazioni correlate a questi suoni, ma non sa con certezza di cosa sta parlando.
Pertanto il primo punto è: se si parla di “paura” e di “sicurezza”, c’è prima da eviscerare i significati che hanno assunto nel tempo e nel discorso pubblico.
Allora ha iniziato ad analizzare l’aspetto della sicurezza. Parte da questo perché la sicurezza è una parola che ormai ha assunto il ruolo di problema sociale totale. tutto ciò che ha come motivazione, diretta, indiretta, offuscata, falsa, la “sicurezza” è legittimo che sia discusso.
Negli anni 90 la sicurezza era associata alla resistenza degli edifici. Alla sicurezza delle macchine. Si può dire che è un problema sociale che ha fatto carriera, se consideriamo ora come viene trattato :)
Negli anni 90 si è detto, per anni, che esisteva un problema di “microcriminalità” dovuta all’aumentare di reati predatori (furti, violenze), Le statistiche degli arresti e delle indagini (che non misurano la quantità di reati, ma l’efficenza delle istituzioni nel risolvere questi casi) dimostra che la quantità è rimasta invariata a fronte di una diminuzione degli investimenti per ridurre la microcriminalità (questo non vuol dire che sono diminuiti, ipotizzando una parità di fondi/crimini in discesa), vuol dire però quello che dice: i fondi statali sono diminuiti e la quantità di microcrimini risolti dalle istituzioni rimane sugli stessi ordini di grandezza da 20 anni.
Ma non riflettiamo sugli aspetti di politica interna, il messaggio è “la sicurezza reale non è aumentata, ne diminuita” perché l’efficenza delle istituzioni è appunto tale da tenere allo stesso livello questi reati. Eppure è aumentata l’insicurezza percepita. Aumenta la percezione di insicurezza e quindi si risponde. Ma la cosa è antilogica, l’esempio portato è che al timore degli alieni si mandino delle navette nello spazio a caccia di alieni. Allo stesso modo, viene suggerita un’insicurezza fasulla, che per essere (falsamente, a questo punto) saziata deve vedere misure eclatanti in risposta.
Tant’è che non si parla più di sicurezza (che, se venisse affrontata in modo tecnico e non in modo emotivo [stavo cercando qualcosa che spiegasse il giornalismo emotivo, invano, ma ho trovato questo], porterebbe davvero a dei benefici), ma di bisogno di sicurezza, di domanda di sicurezza. La presunzione che una domanda ci sia, e sia chiara, e la presunzione che non sia un problema, ma solo una richiesta da saziare è il vizio di fondo nel dibattito pubblico.
Per verificare se questa domanda di sicurezza è effettiva da parte dei cittadini, vengono fatti dei sondaggi da parte di enti preposti. Il sondaggio sulla percezione della paura e della sicurezza è fatto da un ente tra i quali finanziatori c’è… l’Unipol! .. Motivo per cui i fornitori di informazioni devono essere il più possibili imparziali (un po’ come il problema della dipendenza dei media dai partiti), poiché sulle basi di questi dati poi vengono fatte le riflessioni pubbliche. Se questi dati sono falsati, o anche solo influenzati, tutto il discorso ne sarà di conseguenza. L’analisi del sondaggio mostra come, per quanto i dati raccolti dicano una cosa, la “lettura” che ne è stata derivata viene deformata.
Ad esempio, l’indifferenza verso gli emigrati è aumentata clamorosamente dopo gli anni 90, come se si fosse ormai consolidata e accettata come fenomeno l’immigrazione. Eppure l’indifferenza è stata categorizzata come “sentimento negativo”, accumunandosi con gli altri “sentimenti negativi” come la preoccupazione verso i furti. Le due cose associate hanno scatenato titoli come “aumenta la paura verso gli immigrati ed i crimini”. Questa è la deformazione, ma per sviscerarla c’è bisogno di un pincopallino che faccia il lavoro di un giornalista, non un giornalista che faccia il lavoro di un pubblicitario.
Vengono quindi evidenziati i due nemici: il politico, che usa il discorso pubblico per essere legittimato, e parla in virtù del fatto di essere stato votato, e il giornalista, che fa uscire i sondaggi per dire quello che gli interessa, così da parlare in virtù di “i sondaggi sono la massa, e la massa dice questo”.
Finita quest’analisi, ha analizzato l’influenza mediatica che la popolazione ha subito in questi anni. Tramite gli archivi dei giornali, ha effettuato ricerche sulla parola “sicurezza” e “degrado”, quanto aumentava questa parola sui giornali ? degrado del 2200%, sicurezza del 740%, questi dati però sono falsati, perché è aumentata la quantità di testo nei giornali. Utilizzando una parola neutra (“anche” mi sembra) si vedeva una crescita del 100%. Questo cambia gli ordini di grandezza, ma non il significato dell’analisi.
Cosa significa “sicurezza” ? viene dal latino “sine cura”, senza cura, una situazione di tranquillità. Una corretta divisione di terminologia ci sarebbe se si dividesse la sicurezza esistenziale dalla sicurezza sociale. In inglese il termine “unsafety” riesce pressapoco a completar questa divisione con “security”.
E la mancanza di questa divisione, porta che anche i problemi di decoro vengono inclusi tra i problemi dell’ormai omnicomprensiva “sicurezza”.
Il vero errore di comunicazione, e poi effetto di disinformazione, sta nell’unione di questi oggetti (immigrati/microcriminalità/criminalità da parte di immigrati) del tutto scorrelati tra loro, che vengono discussi come se fossero un unico problema, con una serie di soluzioni del tutto incoerenti, ma davanti alla legittimità del discorso pubblico, fatto da un uomo scelto dal popolo, con i dati alla mano derivati dai sondaggi del popolo, la razionalità cessa di opporsi e così vediamo che chi propone un problema secondo il proprio frame (secondo la propria cornice di discorso, quindi contestualizzando un discorso in un modo ben specifico da lui scelto) anche la soluzione puo’ parer plausibile.
Quando il problema viene scelto da chi poi fornisce la soluzione, ci si trova davanti a dei problemi di logica che, nell’orecchio della persone senza barriere, trovano fondamento: http://en.wikipedia.org/wiki/Logical_fallacy
In ogni caso, ogni qualvolta noi parliamo di “paura” e “sicurezza” riattiviamo questi frame ormai infettati, sporcati e deformati da un dibattito pubblico falsato. Per questo, per poter analizzare a mente fredda gli aspetti trattati, sarebbe meglio trovare altri termini. (mi sembra di dover rompere la gabbia della neolingua :)
Ed inizia l’ultima analisi, di Marco Capovilla:
che parlerà dei mass media in modo vasto, non trattando solo l’informazione. Lavora come insegnante/consulente presso alcuni master di giornalismo.
L’analisi parte dalla piramide dei bisogni di maslow, evidenzia che alla base dei bisogni stanno gli elementi fisiologici e la sicurezza sta ad un livello superiore.
Ciò che è “alla base” non è da sottovalutare, alla luce del fatto che uno dei più grandi guru del marketing è diventato tale dopo aver lavorato per 20 anni curando la sindrome di down nei bambini. Assumeva che tanto, per stimolare comportamenti del tutto irrazionali come l’acquisto di un hammer, è sufficente stimolare la parte di cervello che ereditiamo dai rettili.
Da qui il nesso è semplice. Se ciò che deve essere venduto non è un prodotto, ma un’idea, uno stile, una convinzione, una paura… è sufficente lavorare al livello più basilare della piramide dei bisogni, perché poi questo lavoro influenzi gli aspetti più alti, più razionali.
Anche lui aveva preparato grafici simili a quelli del dott. Manieri: la crescita vertiginosa dell’uso della parola “paura” e “sicurezza” da parte dei media, la stabilità della quantità di reati di microcriminalità repressi, uno stacco fisso (ad occhio ricordi un 30% costante) di paura/sicurezza sui TG mediaset rispetto ai TG RAI (questa tendenza è derivata dal dare più spazio alla cronaca nera).
Le statistiche di disponibilità da parte dei cittadini ad essere controllati (tramite telecamere: 90%, transazione bancarie/acquisti: 45%, intercettate la posta, telefonate, mail: 27%) sono andate salendo proporzionalmente con l’aumento della “vendita” dell’insicurezza.
Un altro test importante realizzato mostrava la relazione tra le ore di esposizione alla TV rispetto alla sensazione di paura che si assorbe. Interessante citazione: “se i televisori non fossero in vendita, i governi li regalerebbero”. Ciò che ne deriva di fatto è potere politico per chi possiede lo strumento.
Esiste una battaglia molto più sottile e passa tramite le immagini, tramite le associazioni di titoli non messi a caso, impaginazione che potrebbe sembrar innocua e innocua non è. Immagini non violente in se, ma che subdolamente creano collegamenti falsi e costanti (es: associare islam a terrorismo).
E questa è una strategia di vendita, che non vende un prodotto ma vende informazioni e visioni, consensi e politica. Fa leva sugli istinti più bassi, vogliono smuovere il peggio di noi. Chi ha difese razionali le può alzare, chi non le ha può solo subire o aspettare che qualcuno gliene parli.
Aggiornamento 9 Agosto 2009, da repubblica:
Basta scorrere i dati del recentissimo report dell’Osservatorio di Pavia su “Sicurezza e media” (curato da Antonio Nizzoli) per rilevare la rapida eclissi (scomparsa?) della criminalità in tivù. Infatti, i telegiornali di prima serata delle 6 reti maggiori (Rai e Mediaset) dedicano agli episodi criminali ben 3500 servizi nel secondo semestre del 2007, poco più di 2500 nel secondo semestre del 2008 e meno di 2000 nel primo semestre di quest’anno. In altri termini: se i fatti criminali sono calati di 8 punti percentuali in un anno, le notizie su di essi, nello stesso periodo, sono diminuite di 20. Ma di 50 (cioè: si dimezzano) se si confronta il secondo semestre del 2007 con il primo del 2009. Più che un calo: un crollo. In gran parte determinato da due fonti. Tg1 e Tg5, che da soli raccolgono e concentrano oltre il 60% del pubblico. Le notizie relative ai reati proposte dal Tg1 in prima serata, dal secondo semestre del 2007 al primo semestre del 2009, si riducono: da oltre 600 a meno di 300. Cioè: si dimezzano. Insomma, per riprendere i propositi del nuovo direttore del Tg1 (poco responsabile di questo trend, visto che è in carica solo da giugno): niente gossip; ma neppure nera. Solo bianca. Tuttavia, è nel Tg5 che il calo di attenzione in tal senso assume proporzioni spettacolari. Il numero di servizi dedicato a episodi criminali, infatti, era di 900 nel secondo semestre del 2007. Nel primo semestre del 2009 scende a 400. Insomma, la criminalità si riduce un po’ nella percezione sociale e sensibilmente nell’opinione pubblica. Ma nella piattaforma televisiva unica di Raiset – o Mediarai – quasi svanisce. E chi non si rassegna (come Canale 3 – pardon: Tg3) viene redarguito apertamente dal premier. Il quale, tuttavia, non ha motivo di avere paura. Se – come ha recitato tempo addietro – l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura. E la paura erompe soprattutto dalla televisione. In questo paese dove il confine tra realtà reale e mediale è sempre più sottile. Allora il premier non ha nulla da temere. Ronda o non ronda. Ronda su ronda. La paura scompare insieme alla criminalità. Oppure riappare. A (tele) comando.
Aggiornamento 1 Ottobre 2009, analisi di Giuseppe d’Avanzo sullo “stile informativo” del TG1, titolo, “TG1 e la realtà deformata”.
hahaah,
http://www.womarketing.netsons.org/wp-content/maslow-20.jpg
Piramide di Maslow dei bisogni 2.0
Forse può interessare l’analisi sulle notizie di Cronaca nera nei Telegiornali da parte del Centro d’Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva.
Saluti veneziani.
Giuliooooooo
Discorsi,vecchi che hanno ancora una loro valenza,ma per un massimo sistema che si accetti bisogna anche accetarne le conseguenze….
Demos…….
Consiglio un inizio di lettura su tematiche di neuropsicologia ed affini
ciri ciao
hazz, d’accordo che un massimo sistema che si rispetti si debbano accettar le conseguenze, ma se ad un certo punto, le conseguenze iniziano a diventar dannosse, se si vedono nuove forme che impediscono questo problema, è doveroso per il miglioramento collettivo iniziar a realizzare queste nuove forme, perché formino un massimo sistema in grado di risolvere alcuni dei problemi del precedente.
che so, progresso ?
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